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Elias: Il contratto di un mese #11
Efabilandia
05.03.2026 |
34.073 |
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"Aurora e Barbara mi accolsero calorosamente facendomi subito spogliare e poi una serie interminabile di con calci nelle palle..."
Mi chiamo Elias, e se qualcuno mi avesse detto, solo pochi mesi fa, che sarei arrivato a questo punto, avrei riso con incredulità. Ero un uomo normale, con una vita ordinata: lavoro, amici, un appartamento modesto ma pulito. Ora, mentre scrivo queste righe, mi rendo conto che la mia storia non è più la mia. È diventata una specie di confessione, un diario di una discesa che non ho saputo fermare.Era un pomeriggio di marzo, uno di quei giorni in cui Roma sembra trattenere il respiro prima della primavera. Ero sdraiato sul pavimento del salotto di Barbara, il corpo esausto, la mente intorpidita. Il dolore nel basso ventre era ancora vivo, un bruciore sordo che si irradiava dalla prostata gonfia fino alle cosce. Il tatuaggio fresco intorno al mio ano – quella vagina realistica con labbra rosa carnose e clitoride dettagliato – pulsava come se avesse vita propria. Ogni movimento faceva sfregare la pelle irritata contro il pavimento freddo, e un rivolo di sborra, ancora calda e appiccicosa, colava piano lungo l’interno della coscia. L’odore acre di sperma misto a sudore e piscio riempiva l’aria, un velo denso che mi avvolgeva come una coperta soffocante.Laura era ancora sopra di me. Rideva piano, un suono basso e musicale, mentre mi teneva il biberon contro le labbra. “Bevi, tesoro,” disse con quella voce che sembrava quasi dolce, se non fosse stata così crudele. “Devi nutrire la tua pancia di zoccola.” Il sapore dolce-salato del latte artificiale misto a sperma mi bruciò la gola. Tossii, conati che mi scuotevano il petto, lacrime che colavano lungo le guance già bagnate di sudore e mascara colato. Mi sentivo sporco, degradato, ridotto a nulla. Eppure, in fondo allo stomaco, c’era quel calore traditore, quel piacere perverso che mi faceva vergognare di me stesso.Guardai lo specchio appeso alla parete opposta. La parrucca bionda era incollata alla fronte dal sudore, la minigonna plissata rosa era sollevata, le autoreggenti nere strappate. Il tatuaggio brillava sotto la luce fioca del lampadario. Non ero più Elias. Ero una troia. Una nullità che godeva solo quando la prendevano nel culo. Quel pensiero mi trafisse come una lama. Volevo urlare, piangere, scappare. Ma il mio corpo, il mio corpo maledetto, reagiva in modo diverso. La prostata pulsava al ricordo degli orgasmi anali soffocati, e un desiderio oscuro, masochista, mi sussurrava: “Sei nato per questo. Per essere usato. Abusato. Degradato. Umiliato.”Aurora si chinò su di me. I suoi capelli biondi mi sfiorarono il viso, il profumo di fragola dolce misto a sudore mi avvolse come una carezza malata. “Cosa hai detto, troia?” chiese. La voce era bassa, sadica, ma con un filo di preoccupazione possessiva.“Voglio tornare a essere un uomo,” risposi. Le parole mi uscirono spezzate, con un singhiozzo che non riuscii a trattenere.Rise piano. Non era una risata cattiva. Era triste, quasi materna. “Tesoro, non puoi,” disse. Mi accarezzò la guancia con le dita fredde. “Guarda il tuo culo. Guarda la tua fica tatuata. Sei nostro. Per sempre.” Fece una pausa. “Ma se vuoi provare… vai. Scappa. Vediamo quanto resisti.”Barbara, in piedi dietro di lei, incrociò le braccia. Il suo sguardo era possessivo, quasi geloso. “Se torni, ti puniremo,” disse. “Ma se non torni… le foto del tuo culo rotto andranno online. Scegli tu, troia.”Quelle parole mi diedero la forza. Quella notte, mentre dormivano, mi alzai piano. Presi una borsa con pochi vestiti, contanti, un passaporto. Comprai online un biglietto per Madrid. Spensi il cellulare. Il rumore del power off fu come un taglio netto, una porta che si chiudeva per sempre. Scappai all’aeroporto. Il cuore batteva forte. Sudore freddo mi colava lungo la schiena. Ero terrorizzato e speranzoso allo stesso tempo.Sull’aereo, l’aria condizionata mi gelava la pelle sudata. I rumori del motore ronzavano come un mantra. L’odore di plastica e caffè stantio mi nauseava. Pensavo: “Trenta giorni. Troverò lavoro in una pizzeria italiana. Ripartirò da zero. Sarò di nuovo un uomo.”Atterrai a Madrid sotto un sole arancione che tramontava sui tetti rossi. L’odore di paella e mare mi avvolse come una promessa. Affittai un B&B economico in una via tranquilla. Pareti bianche sbiadite, lenzuola che odoravano di polvere e detersivo economico, colori azzurri del Mediterraneo che filtravano dalle finestre. Trovai lavoro in una pizzeria italiana in centro. L’odore del forno caldo, del pomodoro rosso e del basilico verde mi dava un senso di normalità. Servivo tavoli con mani tremanti, sorridendo ai clienti che ridevano in spagnolo. Cercavo di essere “uomo”. Ma il tatuaggio sfregava contro i pantaloni. Un sussurro continuo: “Sei una troia. Non puoi scappare.”Mi iscrissi in palestra. I pesi metallici tintinnavano con rumori sordi. L’odore di sudore e disinfettante mi soffocava. I colori grigi delle macchine sembravano prigioni. Facevo esercizi. I muscoli bruciavano. Il sudore caldo colava lungo la schiena. Pensavo: “Sto tornando me stesso. Sto ricostruendo il mio corpo. Sto tornando uomo.”Ma sotto la doccia, l’acqua calda scrosciava sul corpo. Il vapore bianco appannava tutto. I colori sfumati del mosaico blu delle piastrelle mi davano una sensazione di esposizione. Un ragazzo muscoloso, alto, con l’odore di sapone fresco e sudore maschile, notò il tatuaggio mentre mi chinavo per prendere l’asciugamano. I suoi occhi si accesero. Un sorriso crudele gli attraversò il viso. “Bella fica tatuata, puta,” disse. Mi spinse contro le piastrelle fredde e bagnate. L’odore di cloro e sudore mi avvolse. Senza una parola mi inculò con forza. Il suo cazzo grosso forzò l’apertura tatuata. Il dolore fu lancinante, come se mi spaccasse in due. Rumori umidi di carne contro carne. Ogni affondo era un colpo brutale. Urlavo. Gemevo. Singhiozzavo. Le lacrime si mescolavano all’acqua. Senza gabbietta, il mio cazzo si indurì all’istante. Quando martellò la prostata, ebbi un orgasmo esplosivo. La sborra schizzò dal cazzo duro sul pavimento bagnato. Il piacere fu intenso, un’onda che mi scuoteva l’anima. Ma mi vergognavo. “Sono una troia,” pensai. “Godo solo nel culo.” Umiliato. Scioccato, cambiai orario per la palestra. Ma la voce si era diffusa. Sussurri nei corridoi. Odore di sudore denso. Sguardi che mi trafiggevano. Offese sussurrate: “Puta tatuada”. Un giorno sotto la doccia, l’acqua calda scrosciava. Il vapore bianco appannava tutto. Tre palestrati – alti, muscolosi, odoranti di sudore e colonia forte – mi circondarono. Mi fecero inginocchiare sul pavimento bagnato. L’acqua gocciolava intorno a me. Rumori di docce echeggiavano. “Succhia, puta,” dissero. Cazzi in bocca a turno. Sapori salati. Muschiati. Rumori umidi di suzione. Conati. Lacrime. Poi mi misero su una panca dello spogliatoio. Il legno freddo contro la schiena. Mi inculano a turno. Dolore brutale. Rumori schiocchianti. Sborra calda che riempiva il culo. Odore acre misto a vapore. Il mio cazzo si indurì. Schizzò sborra sul pavimento. Orgasmo intenso. Piacere perverso. Ma vergogna. “Sono una troia. Godo solo nel culo,” pensai. Capii che il tatuaggio mi marchiava ovunque. Era una maledizione. Dopo 12 giorni, riaccendo il telefono. Il rumore del boot up echeggiò nella stanza del B&B. L’odore di lenzuola stantie mi soffocava. Centinaia di messaggi da Aurora e Barbara. “Torna, troia.” “Ti puniremo, zoccola.” “Le foto del tuo culo rotto andranno online.” Capii che non potevo scappare. Il tatuaggio mi marchiava. Mi rendeva troia per sempre. Presi un biglietto di ritorno. Aurora e Barbara mi accolsero calorosamente facendomi subito spogliare e poi una serie interminabile di con calci nelle palle. Il dolore lancinante mi piegò in due. Insulti: “Sei Nullità. Frocio.”. Poi mi legarono al water e mi pisciano in bocca a turno. Getti caldi. Sapori acre. Bevvi tossendo. Era quello il mio destino e potevo solo ringraziare per avermi accolto nuovamente. Mi vestirono da donna. Lingerie pizzo rosa. Parrucca bionda. Trucco pesante. Gabbietta al cazzo. Mi portarono fuori. Strade deserte. Lampioni arancioni. Odore di asfalto umido. Mi spinsero sul marciapiede. Minigonna alzata. Tatuaggio esposto. “Ora da brava troia dovrai fare il tuo lavoro” disse Barbara. “Porta 1000 euro o ti puniamo peggio.” Aurora rise: “Fatti inculare bene. Zoccola. La tua fica tatuata deve lavorare.” Mi lasciarono lì. Esposto. Tremavo. La prima macchina si fermò. Un uomo di mezza età. Odore di sigarette e alcol. Mi guardò dal finestrino. Occhi fissi sul tatuaggio. “Quanto?” chiese. “100 euro,” dissi con voce tremante. Vergognandomi. Salii. Chiuse la portiera con tonfo. Sparì nella notte. Mi portò in un parcheggio buio. Odore di benzina e asfalto umido. Luci fioche. Mi fece chinare sul sedile posteriore. Minigonna alzata. Tatuaggio esposto. Mi inculò forte senza avvisarmi, un dolore lancinante. Rumori umidi. Ogni affondo un colpo brutale. Urlavo in silenzio. Lacrime che colavano. Il mio cazzo non reagiva più godevo solo dentro al culo. Lo sentii arrivare nel mio culo, e fu un piacere intenso. Ma vergogna. “Sono una troia e godo” pensai mentre gli leccavo il cazzo.Mi diede 100 euro. Mi lasciò lì. La notte fu lunga. Altre macchine. Altri uomini. Odori diversi. Mi inculavano in parcheggi bui. Vicoli stretti. Rumori di città lontana. Luci arancioni illuminavano il tatuaggio. Ogni volta il mio culo mi portava ad un piacere estremo. Orgasmi intensi soffocati. Prostata martellata di continuo. Piacere perverso di un culo sfondato. Ma vergogna. Singhiozzavo. Tremavo. Bagnavo di lacrime e sborra le calze. Una puttana tatuata che stava lavorando. Tornai da loro all’alba. I soldi in mano 1.200 euro. Mi accolsero con sorrisi sadici e possessivi. “Brava, troia,” disse Barbara. “Hai portato più del dovuto. Ora sei proprio nostra.” Aurora rise sadica: “La fuga non ti ha salvato. Il tuo culo tatuato ti riporta sempre da noi.” Ero al punto di non ritorno.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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